nonsense, stralci, vagiti, se vi pare

espiare le proprie colpe in un divano mezzo vuoto, in un senso di appartenenza che non cede alle lusinghe imperanti di un conformismo allarmante. la foglia mi protegge, il copridivano ha un senso tutto suo, che non sta nell'io pensavo che o nel mi han sempre detto così. un giorno lo fermerò per l'avvenire e ve lo mostrerò nella sua cocente bellezza primaverile. colori caldi per scaldare via l'inverno, come direbbe gente piu capace di me, io potrei dire per lo più qualcosa di melodrammatico e passionale, ma non fa per me. il divano resta quel che di più ho vicino al mio modo di fare e di vedere, quindi resta il tema di questo mio post, lasciato al vento e inutile tanto quanto il suo stesso scrittore, inutile. avessi scritto qualcosa, oltre a quello che leggete, un senso ce l'avrebbe anche, ma non ce l'ha. era più per scrivere che per comunicare, se mi capite. fatto stà che è così che ho vergato queste quattro righe e così ho anche comunicato, e come direbbero dalle mie parti, di più nin zò.

zappato da francesco @ 16:56 - sabato, 12 maggio 2007
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Ogni città
qualche guaio ha
ma qua e là
c'è serenità...
ma non a Nottingham.
Com'è triste subir
questa tirannia
e non poter
volare via dopo tanto pianto...
Dopo aver sofferto tanto,
forse un po' di gioia tornerà...
ma non a Nottingham.

zappato da francesco @ 12:50 - domenica, 06 maggio 2007
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E sali e sali e sali e non vai da nessuna parte. È l’illusione del progresso. Quello a cui vuoi pensare è la tua salvezza. Quello che la gente dimentica è che un viaggio verso il nulla può anche cominciare con un passo.

Se Gesù Cristo fosse morto in prigione, senza nessuno a guardarlo, a torturarlo o piangerne la morte, saremmo stati salvati lo stesso?
Con tutto il dovuto rispetto.
Allo stesso modo in cui un albero cade nella foresta e nessuno è lì a sentirlo, capisci, Se non ci fosse stato nessuno a testimoniare l’agonia di Cristo, saremo stati salvati?

Realizzi che la gente fa uso di droghe perché è l’unica vera avventura intima che le rimane nel suo mondo fatto di vincoli temporali, leggi, ordini, e limiti dati dalla materia.
È soltanto con le droghe o con la morte che vediamo qualcosa di nuovo, e la morte è un po’ troppo definitiva.
Realizzi che non c’è ragione di far nulla, se nessuno ti guarda.
E ti chiedi, Se alla crocifissione ci fosse stata meno affluenza di pubblico del previsto, l’avrebbero rimessa in programma?
E capisci che l’agente aveva ragione. Non hai mai visto un crocifisso in cui Gesù non fosse praticamente nudo. Non hai mai visto un Gesù grasso. O un Gesù pieno di peli. Da sempre, in ogni crocifisso il Gesù potrebbe fare il modello a torso nudo dei jeans di marca o dei profumi da uomo.
La vita è esattamente come ha detto l’agente. Capisci che se non c’è nessuno a guardarti, tanto vale restartene a casa. A divertirti da solo. A guardare il telegiornale.
È intorno al centesimo piano che comprendi che se non sei in videocassetta, o ancora meglio, dal vivo in satellite, spiaccicato davanti al mondo intero che ti guarda, tu non esisti.
Che sei quell’albero che cade nella foresta e di cui nessuno gliene frega un cazzo.
Puoi fare qualsiasi cosa. Se nessuno lo nota, la tua vita si azzera. Nada. Zero assoluto.
Che siano vere o meno, questo è il genere di grandi verità che ti si affollano dentro.
Capisci che è la nostra sfiducia nel futuro che ci rende difficile il distacco dal passato. Non riusciamo ad abbandonare il concetto di quello che eravamo…. La ragione per cui ogni volta che buttiamo via qualcosa ci assale la nostalgia è che abbiamo paura di evolvere. Di crescere, cambiare, perdere peso, reinventare noi stessi. Di adattarci

Dal momento che il cambiamento è costante ti chiedi se la gente desideri se la gente desideri tanto ardentemente morire perché è l’unico modo di raggiungere qualcosa di realmente finito..
..
l’unica differenza tra il suicidio e il martirio è solo nella quantità di articoli di stampa.
Se nella foresta cade un albero e non c’è nessuno che lo senta cadere, non resta semplicemente a terra a marcire?
E se Cristo fosse morto per un’overdose di barbiturici, da solo sul pavimento del bagno, adesso sarebbe in Paradiso?
La questione non era se mi sarei suicidato oppure no. La questione era che tutto questo, questo impegno, questi soldi e questo tempo, il team di team di scrittori, le medicine, la dieta, l’agente, i piani di scale su e su verso il nulla, tutto questo l’ho fatto per potermi togliere la vita con la totale attenzione di tutto il mondo.


"chuck palahniuk.. survivor"

zappato da francesco @ 23:28 - lunedì, 23 aprile 2007
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sproloqui

la mia generazione....zero..
sono provinciale, è certo. forse pretendo troppo da questa realtà banale e stanca di esistere, che si trascina da troppo tempo per non dar nell'occhio, per non sfigurare. i suoi ragazzi sono cloni di cloni, marionette in mano a persone senza scrupoli. sono innocenti.
ragazzi poco cresciuti con in mano armi di distruzione, non di massa, sono provinciali ;)
armi per ferire il prossimo, armi per migliorare l'autostima, armi per convincersi che loro valgono. "loro.." o "noi.."?
dobbiamo per forza accomunarci, due enigmi diversi restano sempre degli enigmi all'occhio superficiale.
rompicapi.
penso che siamo questo per gli adulti di oggi.
ci guardano, ne parlano nei loro salotti buoni, molti han capito la chiave per manovrarci, ma pochi, davvero pochi, ne han compreso le conseguenze.
C'è chi si ribella, non sopporta veder sprecato un potenziale così immenso. illuso, la strada è segnata.
questi piccoli mostri un giorno saranno i genitori che picchiano l'insegnante di turno perchè suo figlio non studia. o la signora borghese che per noia si da al volontariato.
sono stanco, vorrei per un giorno solo vivere la vita come se di fronte a me non ci fosse una certezza matematica di sopravvivere, vorrei che le mie azioni avessero davvero un senso, vorrei parlare con qualcuno non per il gusto del retorico, ma per confrontare le diverse esperienze, maturare insieme, perseguire uno scopo. che non sia lo sballarsi e il fottere sempre e comunque. a qualsiasi prezzo.

vorrei.

zappato da francesco @ 03:23 - lunedì, 23 aprile 2007
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il tempo dei giochi è agli sgoccioli
delle leggerezze dettate dall'incoscienza
degli amori fragili e delle promesse volubili
avrei voluto darti quello che mi chiedevi
ma troppe volte la gente chiede senza dare
sono stufo di fare il primo passo
per una volta non credo che soffrirai troppo ad esporti
non credi?
te lo dice chi non ha mai temuto di farlo
un incosciente per i più, peggio per gli altri
scrutare dentro di se fa male baby
come puoi chiedermi di trovare le parole per te?
sono accanto ad altre che non vorrei più ricordare
tu ridi e piangi al tempo stesso
ti lamenti di una campana di vetro che ti soffoca
non ti rendi conto di quanto sei fortunata
vorrei poterti dire di tenere a te
molto più di quanto non tenga a me

ma le cose spesso fanno male
e non sarò io per te ad aprirti questo mare
baby le lacrime sono salate
ma è nel mare che noi impariamo a nuotare

cercherò dentro di me le parole per te
non sono sicuro siano quelle che ti aspetti
di sicuro saranno piene di difetti
tu accettale se puoi
lassù in fondo non possono sentirci
è inutile gridare il nostro amore
sarebbe meglio seppellirlo
io credo che un domani possa dare i suoi frutti
tieno per te portalo sempre con te
se non lo ucciderai, vedrai
un giorno crescerà e a qualcuno, io penso, servirà

ma le cose spesso fanno male
e non sarò io per te ad aprirti questo mare
baby le lacrime sono salate
ma è nel mare che noi impariamo a nuotare

zappato da francesco @ 02:45 - lunedì, 23 aprile 2007
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vagiti

diversamente abile
trattato come un essere più che instabile
osteggiato dall'essere superiori
inammissibile l'ammetterlo
inconcepibile il non saperlo
devolvono parole di amicizia in forma di volontariato
svolgono un attività di terrorismo mascherata da cortesia
celata dietro ad una coscienza nera
anima che ti assale nel buio della tua stanza
sale l'astio per chi ha gettato luce nel pozzo
cresce l'invidia per chi ne appare immune
salvifica l'anima di noi poveri mortali
il ruolo che inconsciamente impersoni
danneggia l'essere perfetto
indica il difetto supremo dell'autoconvinzione assistita
siamo tanti piccoli punti che tracciano una strada
nel viaggio che porta alla fine
mammuth di un era preistorica in transito
la meta il cimitero degli elefanti
erigere case sulle ossa degli antenati
spostare paletti per il vivere comune
e cade la morte su chi se ne allontana
preso dal fatto di riconoscerne la fine
ampio spazio per l'abduction dell'anima
scompare nello spazio lasciandosi dietro
detriti dalla forma umana, ossa e denti
per ricordarci come eravamo
prima che l'assoluzione scendesse a guidarci
guidata da demoni e angeli in forma umana
la terra brucia di una coscienza nuova
mentalità aberrante, evoluzione dell'io
cresciuta nel sangue, maturata nell'odio
vivente nel vuoto.

zappato da francesco @ 17:22 - mercoledì, 18 aprile 2007
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vagiti

mi sento arido e stanco
la gente intorno a me è falsa,
marionetta in mano ad un filo conduttore unico
l'esaltazione del corpo e dell'apparenza
legata indissolubilmente alla parvenza di sè
l'approvazione degli altri è solo l'ennesima riprova di ciò che si pensa già
il cercarla è solo un pallido compromesso per l'esaltarsi nell'io
i compromessi per possederla sono il tributo di sangue ad un dio ormai morto
suicida dopo l'essersi specchiato nel suo prodotto più maestoso
l'intelletto fine a se stesso
di alcun scopo sprovvisto
nel suo incespicare autoreggente
un moribondo che da del malato alla sua nemesi
costante riflesso di un mondo inverosibilmente realistico
trova la sua spiegazione nell'essere presente e nel sapersi adattare
trova la sua fine nel sapersi adattare all'essere presente
vige la censura su queste anime deboli
marchiate dal fuoco di una perfetta chimera
stuprate dell'unica parvenza di sè verosimilmente possibile
da chi di parvenze di sè si pavoneggia
nell'antro nascosto pertugio dell'anima
calda vagina di un autocrearsi infetto

zappato da francesco @ 00:58 - mercoledì, 18 aprile 2007
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stavo pensando di aggiungere l'ennesima colonna sonora al blog, stavo pensando di fuggire da tutto per una destinazione che potrà essere la mia fine, il mio inizio o a dire il vero un solo passaggio del mio già pa(r)tito essere.

Limitarmi o l'imitarmi non è a mio favore, lo sapevo, ma è tanto difficile capire la via che il semplice scimmiottare quello che in realtà pensavo di fare potrebbe essere una soluzione temporanea ad un annoso problema, il mio vivere su questa terra popolata dalla gran parte da individui meschini e paurosi, da un branco di bestie che ruminando rumorosamente si dirige di gran carriera verso la fine del buon senso e dell'intelletto. Attorno a me le persone sono cieche, assogettate al tran tran che altri han deciso per loro, fragili come un lamento disperso ma al contempo amplificato dal vento. E se il massimo che la folla potrà produrre sarà un mugolio sommesso, allora sarà nei diversamente abili la possibilità di riscattarci da questo giogo di falsità ed ingiustizia. Loro che per loro natura, sono estromessi dal target spietato di questo regime anestetico, di questa lenta nenia che dimenticare dei nostri natali ci fà.

Per quanto mi riguarda, non sono ne diverso ne dissimile, come ho detto, lo scimmiottare non ti esime dalle brutture ma ti contagia nel suo torpore anestetico. E quando sei a bordo di un aereo che sta precipitando, l'ossigeno distribuito dagli appositi vani è un ottimo modo per non vedere.

zappato da francesco @ 15:15 - mercoledì, 04 aprile 2007
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Io prete dei disperati e di quelli che ne combinano di tutti i colori, mi arrabbio quando sfogliando i giornali, leggo pagine su pagine che parlano del bullismo dei nostri ragazzi, dei branchi che nascono ad ogni piè sospinto e dello sfascio delle aule scolastiche. Mi rifiuto di credere che questi siano i nostri ragazzi. Vorrei anche ribellarmi alla facilità con la quale i quotidiani indugiano e rimestano dentro le cose peggiori.
Ho fatto, perciò, un gran sorriso liberatorio quando ho letto una settimana fa sul Corriere la storia di due ragazze diciottenni che negli intervalli scolastici e nel week-and vanno ad aiutare i disabili del don Orione e gli anziani della Casa del Cardinal Colombo.
Nonostante la maturità in vista, gli impegni scolastici e l'ansia delle mamme che vorrebbero a tutti i costi le figlie abilitate con il massimo dei voti, loro da anni continuano nella linea dei piccoli gesti solidali. Sono ancora più contento quando proprio le due, hanno reagito contro i luoghi comuni del disagio giovanile, ribadendo con il cipiglio e con la vivacità delle ragazze vere "che si vedono più bulli in televisione che nelle aule scolastiche". Finalmente una boccata di aria sana e positiva!
Io potrei aggiungere decine e decine di altre storie di ragazze e ragazzi adolescenti che si impegnano in attività di solidarietà con costanza e grande equilibrio. Sono loro i primi a credere che aiutare gli altri fa bene a noi stessi. Noi facciamo ogni anno il Mercatino della Solidarietà. Si mobilitano per settimane volontari che devono prima cercare gli oggetti da vendere e poi organizzare la vendita.
Quasi sempre ci sono studenti che con allegria e impegno seguono il tutto. Ricordo Elisa 17 anni che più sveglia di tutti in poche ore è riuscita a fregare i venditori più incalliti. Con il sorriso disarmante di una bella ragazza, alla sera della domenica anziché dirti sono stufa e mi avete fregato una festa (come potrebbero dire certi giovanotti immaturi della media borghesia) ha ringraziato ed è tornata in fretta a fare i compiti che non era riuscita a fare a causa dei due giorni di mercato.
Perché non abbiamo il coraggio di diffondere esempi di questo tipo sui quotidiani e sui settimanali che contano? Nella nostra testa bacata siamo ancora convinti che si legga più volentieri di omicidi-suicidi tra mariti, mogli e figli che di episodi di impegno civile. Fatemi dire ancora una volta che siamo noi adulti equivoci. Mille lettori in più del quotidiano concorrente, sono soldi e non bazzecole!

Don Antonio Mazzi

zappato da francesco @ 11:13 - lunedì, 02 aprile 2007
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stralci

e ora facciamoci un po' di autocelebrazione romagnola...ed emiliana.

Intervista al ravennate Flavio Caroli autore di una Storia dell´Arte di grande successo

 

Emilia e Romagna, fabbriche di geni

Foto: Caoli Una storia dell´arte come questa non l´avete mai letta. Originale per taglio interpretativo, appassionante come un romanzo, scritta senza i paludamenti retorici dietro i quali spesso i critici oscurano il vissuto degli artisti per concentrarsi, in astratto, sulle opere e la teoria. L´arte "non nasce in cielo, ma nella carne e nel sangue" di chi la fa, ed è per questo che, intrecciando l´opera e la vita (spesso "una vitaccia") di un centinaio di geni creatori, La storia dell´arte raccontata da Flavio Caroli è diventata un best-seller nonostante il costo (poco meno di 40 euro), peraltro compensato dalla splendida edizione dell´Electa, con le illustrazioni di oltre 600 capolavori della pittura e della scultura, dal Rinascimento ad oggi.
Nato a Ravenna 57 anni fa, Flavio Caroli insegna Storia dell´arte moderna al Politecnico di Milano, è responsabile scientifico delle esposizioni di Palazzo Reale, scrittore (anche di romanzi) e autore di mostre di successo come "L´anima e il volto". A Caroli abbiamo chiesto di parlarci della nostra regione attraverso i suoi artisti.

Professore, avendo trascorso l´infanzia a Ravenna e studiato all´Università di Bologna, conosce bene il carattere, l´anima degli emiliano-romagnoli. Secondo lei esiste uno "specifico" culturale di questa regione, ovvero qual è l´influenza che questi luoghi hanno avuto sugli autori che vi sono nati?

Sì, credo che da qualche parte questo "specifico" esista. L´Emilia-Romagna ha una tradizione espressiva di alta qualità, come del resto altri luoghi d´Italia - penso al Veneto, a Napoli, a Firenze. Non è un caso che in questa regione siano nati e abbiano operato alcuni tra i più grandi geni dell´arte occidentale. Però dobbiamo distinguere tra Emilia e Romagna che sono, storicamente, due realtà molto diverse.

Parliamo della Romagna.

Se dovessi definirla con tre parole, direi: anarchia, idealismo, visionarietà. C´è infatti una linea che attraversa la Romagna per intera e parte dai mosaici bizantini di Ravenna, con tutta la loro ieraticità e compostezza, e arriva ad un tale approfondimento della ragione, del ragionamento, da diventare astratta, e quindi visionaria per eccesso di razionalità. Si parte dai mosaici, si passa per Melozzo da Forlì, si transita per gli architetti neoclassici Giani e Antolini, e si arriva fino a Fellini, cioè a quella matrice umorale - propria di questa terra - che finisce in visionarietà.
Mi spiego meglio: i ravennati si muovono poco, sono stanziali perché discendono dai bizantini. La Romagna ha questa vocazione appartata, è un nulla impreziosito di gemme orientali: la gente vede sfilare davanti agli occhi, sul mare Adriatico, petroliere russe o arabe, quasi fin dentro i canali di campagna e si emoziona per questa meraviglia, come la Gradisca, nell´Amarcord di Fellini, si emoziona davanti alle mille luci accese sul transatlantico Rex.
Se ci inoltriamo all´interno della Romagna, tra Cesena e Faenza, la mediocrità dell´aria di campagna - quella che ha ucciso Melozzo da Forlì, sommo pittore della fine del Quattrocento - si riscatta in un razionalismo, in un illuminismo tanto approfondito e portato alle estreme conseguenze da diventare astrazione. Melozzo, per esempio, è il padre di tutti gli illuminismi: la sua pittura è geometrica, fatta con la squadra e il compasso, e di lì si arriva dritti al neoclassicismo dell´architetto napoleonico Giovanni Antolini, nato a Castel Bolognese e direttore, nel 1801, dei lavori per il Foro Bonaparte a Milano. Ma attenzione: su questo tracciato di razionalità si innesta la follia, che trae origine dal fondo popolare e anarchico della Romagna. Quando si sta troppo soli, appartati, si sragiona, si hanno le visioni, si è sognatori e idealisti. Si spiegano così i grandi apparati immaginifici, i personaggi strani e beffardi, le ombre del set nel cinema di Fellini. La Romagna è terra di anarchici e di rivoluzionari: anche il brigante Passatore e Mussolini, a modo loro, lo furono. E dentro questo crogiolo di umori c´è naturalmente la sensualità. Guardate la Cleopatra languidamente morente del pittore secentesco riminese Guido Cagnacci (un artista che accosterei senz´altro a Fellini) e dite se non sembra anche a voi una moderna signora romagnola che prende il sole in topless in Riviera.

Passiamo all´Emilia.

Per l´Emilia il discorso cambia. Qui è molto forte la componente cattolica, infatti la figura emblematica è quella del cardinal legato. Bologna, la seconda città del Papato dopo Roma, ha una trentina di palazzi senatoriali tutti bellissimi ma non ha una reggia, non avendo voluto il Principe. E´ in questa situazione che si produce un andirivieni degli artisti da Roma e quella sublime ipocrisia della cattolicità da cui è scaturito un genio come Guido Reni.

Ci parla un po´ del divino Guido?

Sansone Vittorioso Guido Reni è la proiezione mentale di questa sublime doppiezza della cattolicità bolognese: da un lato, viveva di Assoluto, dall´altro, passava le notti nelle bische, perdendo immense fortune. Da un lato, tutti i suoi pensieri erano rivolti alla perfezione della Fede, perché voleva rendere visibile il Regno dei Cieli, dall´altro si insudiciava le mani coi mazzi di carte e dormiva, non avendo neanche un giaciglio, sulle tele sporche del suo studio alle Pescherie. Lui ha portato al punto più alto l´arte di Annibale Carracci che, dalle giovanili macellerie, dipinte in modo realistico osservando i quarti di bue esposti nella bottega dello zio in via Clavature, era arrivato alle vette della cultura classica con l´Olimpo affrescato nella volta di palazzo Farnese a Roma. Poi di Reni possiamo dire tante cose: che prendeva i suoi modelli maschili dai "ragazzi di vita" bolognesi, che molto probabilmente era omosessuale, che è stato uno dei più eleganti pittori dell´arte mondiale, che la sua pittura rarefatta, morbida eppure vigorosamente classica era come lui, bellissimo da giovane, scontroso da vecchio. Non poteva essere che bolognese, Guido Reni. Entrò in conflitto con i suoi due allievi prediletti, Simone Cantarini e Guido Cagnacci, che essendo romagnoli non avevano vocazione all´ambiguità e alla doppiezza - soprattutto Cagnacci, la faccia sensuale e anarchica dell´arte romagnola. Questo era Guido: un enigma che ho indagato nel mio libro Trentasette. Il mistero del genio adolescente.

Torniamo indietro di oltre mezzo secolo, rispetto al tempo di Reni, e consideriamo altri due grandi emiliani: Correggio, da lei definito "genio incompreso del Rinascimento", e il Parmigianino, il "divino fanciullo".

Correggio e Parmigianino, rivali nella vita, sono due geni uccisi dalla loro città madre, Parma. Sono vittime di una grande città, di una grande cultura che non si rende conto dei talenti che produce. Ma come si fa a massacrare in meno di dieci anni questi due mostri di bravura: uno che dipinge nientemeno che l´aria, l´altro che si perde in favole smaltate negli acquitrini della Bassa? Correggio muore nel 1534 a 44 anni e Parmigianino nel 1540 a 37. Stiamo attenti a questi numeri: è l´età in cui muoiono i geni. Raffaello, Parmigianino, Mozart, Van Gogh, Toulouse-Lautrec si spengono a 37 anni (Géricault a 33, Domenico Fetti a 35, Caravaggio a 39), Annibale Carracci a 49 (Vermeer a 43, Correggio a 44). Dicono i teosofi che 37 è la fine della giovinezza, 49 la maturità completata. Tutti gli artisti che ho citato sono stati sopraffatti dallo sforzo immane prodotto dal loro genio. Non ce l´hanno fatta a sopravvivere alla propria arte. Sono morti sfibrati, sfiniti, delusi. E´ il caso dei due parmigiani, incompresi dal pubblico, dai loro committenti, da tutti. E di Annibale Carracci, che nello sforzo sovrumano di elevarsi dalle adolescenziali macellerie all´Olimpo della pittura, ci lascia la pelle: crepa per eccesso di fantasia. Ricordiamo una cosa: che i Carracci, Annibale e Ludovico, anticipano di dieci anni la rivoluzione naturalista di Caravaggio. Infatti ne trovano la chiave di volta già nel 1584.

Quali altri grandi artisti sono il frutto delle nostre terre d´Emilia e di Romagna?

Ce ne sono molti ancora perché, come ho detto prima, questa regione ha l´humus fertile per l´arte, è ricca di cultura. Esempio sommo dell´immenso talento della pianura emiliana, bolognese in particolare, è la raffinata pittura del Guercino, nato nel 1591, erede di un forte tessuto culturale che nella campagna romagnola, invece, è assente. Prima ancora abbiamo il ferrarese Dosso Dossi, nato nel 1486, con i suoi deliri a occhi aperti che ricordano le illusioni perdute del Rinascimento e anticipano Annibale Carracci e Domenichino. Quest´ultimo, nato a Bologna nel 1581, soprannominato "il bue" dai compagni di cavalletto della cerchia dei Carracci, è un altro grande che smentisce lo stereotipo che per tanto tempo ha condannato queste terre ad esser solo fanfarone e goderecce: Domenichino è invece un genio taciturno e solitario, morto (pare) avvelenato dopo aver dedicato la vita alla ricerca della perfezione formale, come il suo maestro Annibale. Voglio ricordare che tutti questi bolognesi, alla morte di Annibale Carracci nel 1609, si trovano a Roma a farla da padroni: i bolognesi hanno colonizzato l´Urbe, preso le committenze più ricche, dettato stile e gusto. L´arte, insomma, sarebbe stata ben più povera senza di loro. Se ci mettiamo dentro, poi, anche il parmigiano Giovanni Lanfranco - l´altro allievo di Annibale che in coppia col Domenichino aiutò il maestro negli affreschi di Palazzo Farnese -, Francesco Albani - amico del Reni e celebre per i suoi paesaggi -, Giovanni Maria Crespi - altro virtuoso del pennello - e, per arrivare ai giorni nostri, Giorgio Morandi, si capisce perché in questa regione siano tutti un po´ spocchiosi, convinti di essere i migliori. Un po´ di ragione, questi emiliani, ce l´hanno".

fonte: http://www.emilianoromagnolinelmondo.it

zappato da francesco @ 14:27 - lunedì, 26 marzo 2007
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