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e ora facciamoci un po' di autocelebrazione romagnola...ed emiliana.

Intervista al ravennate Flavio Caroli autore di una Storia dell´Arte di grande successo

 

Emilia e Romagna, fabbriche di geni

Foto: Caoli Una storia dell´arte come questa non l´avete mai letta. Originale per taglio interpretativo, appassionante come un romanzo, scritta senza i paludamenti retorici dietro i quali spesso i critici oscurano il vissuto degli artisti per concentrarsi, in astratto, sulle opere e la teoria. L´arte "non nasce in cielo, ma nella carne e nel sangue" di chi la fa, ed è per questo che, intrecciando l´opera e la vita (spesso "una vitaccia") di un centinaio di geni creatori, La storia dell´arte raccontata da Flavio Caroli è diventata un best-seller nonostante il costo (poco meno di 40 euro), peraltro compensato dalla splendida edizione dell´Electa, con le illustrazioni di oltre 600 capolavori della pittura e della scultura, dal Rinascimento ad oggi.
Nato a Ravenna 57 anni fa, Flavio Caroli insegna Storia dell´arte moderna al Politecnico di Milano, è responsabile scientifico delle esposizioni di Palazzo Reale, scrittore (anche di romanzi) e autore di mostre di successo come "L´anima e il volto". A Caroli abbiamo chiesto di parlarci della nostra regione attraverso i suoi artisti.

Professore, avendo trascorso l´infanzia a Ravenna e studiato all´Università di Bologna, conosce bene il carattere, l´anima degli emiliano-romagnoli. Secondo lei esiste uno "specifico" culturale di questa regione, ovvero qual è l´influenza che questi luoghi hanno avuto sugli autori che vi sono nati?

Sì, credo che da qualche parte questo "specifico" esista. L´Emilia-Romagna ha una tradizione espressiva di alta qualità, come del resto altri luoghi d´Italia - penso al Veneto, a Napoli, a Firenze. Non è un caso che in questa regione siano nati e abbiano operato alcuni tra i più grandi geni dell´arte occidentale. Però dobbiamo distinguere tra Emilia e Romagna che sono, storicamente, due realtà molto diverse.

Parliamo della Romagna.

Se dovessi definirla con tre parole, direi: anarchia, idealismo, visionarietà. C´è infatti una linea che attraversa la Romagna per intera e parte dai mosaici bizantini di Ravenna, con tutta la loro ieraticità e compostezza, e arriva ad un tale approfondimento della ragione, del ragionamento, da diventare astratta, e quindi visionaria per eccesso di razionalità. Si parte dai mosaici, si passa per Melozzo da Forlì, si transita per gli architetti neoclassici Giani e Antolini, e si arriva fino a Fellini, cioè a quella matrice umorale - propria di questa terra - che finisce in visionarietà.
Mi spiego meglio: i ravennati si muovono poco, sono stanziali perché discendono dai bizantini. La Romagna ha questa vocazione appartata, è un nulla impreziosito di gemme orientali: la gente vede sfilare davanti agli occhi, sul mare Adriatico, petroliere russe o arabe, quasi fin dentro i canali di campagna e si emoziona per questa meraviglia, come la Gradisca, nell´Amarcord di Fellini, si emoziona davanti alle mille luci accese sul transatlantico Rex.
Se ci inoltriamo all´interno della Romagna, tra Cesena e Faenza, la mediocrità dell´aria di campagna - quella che ha ucciso Melozzo da Forlì, sommo pittore della fine del Quattrocento - si riscatta in un razionalismo, in un illuminismo tanto approfondito e portato alle estreme conseguenze da diventare astrazione. Melozzo, per esempio, è il padre di tutti gli illuminismi: la sua pittura è geometrica, fatta con la squadra e il compasso, e di lì si arriva dritti al neoclassicismo dell´architetto napoleonico Giovanni Antolini, nato a Castel Bolognese e direttore, nel 1801, dei lavori per il Foro Bonaparte a Milano. Ma attenzione: su questo tracciato di razionalità si innesta la follia, che trae origine dal fondo popolare e anarchico della Romagna. Quando si sta troppo soli, appartati, si sragiona, si hanno le visioni, si è sognatori e idealisti. Si spiegano così i grandi apparati immaginifici, i personaggi strani e beffardi, le ombre del set nel cinema di Fellini. La Romagna è terra di anarchici e di rivoluzionari: anche il brigante Passatore e Mussolini, a modo loro, lo furono. E dentro questo crogiolo di umori c´è naturalmente la sensualità. Guardate la Cleopatra languidamente morente del pittore secentesco riminese Guido Cagnacci (un artista che accosterei senz´altro a Fellini) e dite se non sembra anche a voi una moderna signora romagnola che prende il sole in topless in Riviera.

Passiamo all´Emilia.

Per l´Emilia il discorso cambia. Qui è molto forte la componente cattolica, infatti la figura emblematica è quella del cardinal legato. Bologna, la seconda città del Papato dopo Roma, ha una trentina di palazzi senatoriali tutti bellissimi ma non ha una reggia, non avendo voluto il Principe. E´ in questa situazione che si produce un andirivieni degli artisti da Roma e quella sublime ipocrisia della cattolicità da cui è scaturito un genio come Guido Reni.

Ci parla un po´ del divino Guido?

Sansone Vittorioso Guido Reni è la proiezione mentale di questa sublime doppiezza della cattolicità bolognese: da un lato, viveva di Assoluto, dall´altro, passava le notti nelle bische, perdendo immense fortune. Da un lato, tutti i suoi pensieri erano rivolti alla perfezione della Fede, perché voleva rendere visibile il Regno dei Cieli, dall´altro si insudiciava le mani coi mazzi di carte e dormiva, non avendo neanche un giaciglio, sulle tele sporche del suo studio alle Pescherie. Lui ha portato al punto più alto l´arte di Annibale Carracci che, dalle giovanili macellerie, dipinte in modo realistico osservando i quarti di bue esposti nella bottega dello zio in via Clavature, era arrivato alle vette della cultura classica con l´Olimpo affrescato nella volta di palazzo Farnese a Roma. Poi di Reni possiamo dire tante cose: che prendeva i suoi modelli maschili dai "ragazzi di vita" bolognesi, che molto probabilmente era omosessuale, che è stato uno dei più eleganti pittori dell´arte mondiale, che la sua pittura rarefatta, morbida eppure vigorosamente classica era come lui, bellissimo da giovane, scontroso da vecchio. Non poteva essere che bolognese, Guido Reni. Entrò in conflitto con i suoi due allievi prediletti, Simone Cantarini e Guido Cagnacci, che essendo romagnoli non avevano vocazione all´ambiguità e alla doppiezza - soprattutto Cagnacci, la faccia sensuale e anarchica dell´arte romagnola. Questo era Guido: un enigma che ho indagato nel mio libro Trentasette. Il mistero del genio adolescente.

Torniamo indietro di oltre mezzo secolo, rispetto al tempo di Reni, e consideriamo altri due grandi emiliani: Correggio, da lei definito "genio incompreso del Rinascimento", e il Parmigianino, il "divino fanciullo".

Correggio e Parmigianino, rivali nella vita, sono due geni uccisi dalla loro città madre, Parma. Sono vittime di una grande città, di una grande cultura che non si rende conto dei talenti che produce. Ma come si fa a massacrare in meno di dieci anni questi due mostri di bravura: uno che dipinge nientemeno che l´aria, l´altro che si perde in favole smaltate negli acquitrini della Bassa? Correggio muore nel 1534 a 44 anni e Parmigianino nel 1540 a 37. Stiamo attenti a questi numeri: è l´età in cui muoiono i geni. Raffaello, Parmigianino, Mozart, Van Gogh, Toulouse-Lautrec si spengono a 37 anni (Géricault a 33, Domenico Fetti a 35, Caravaggio a 39), Annibale Carracci a 49 (Vermeer a 43, Correggio a 44). Dicono i teosofi che 37 è la fine della giovinezza, 49 la maturità completata. Tutti gli artisti che ho citato sono stati sopraffatti dallo sforzo immane prodotto dal loro genio. Non ce l´hanno fatta a sopravvivere alla propria arte. Sono morti sfibrati, sfiniti, delusi. E´ il caso dei due parmigiani, incompresi dal pubblico, dai loro committenti, da tutti. E di Annibale Carracci, che nello sforzo sovrumano di elevarsi dalle adolescenziali macellerie all´Olimpo della pittura, ci lascia la pelle: crepa per eccesso di fantasia. Ricordiamo una cosa: che i Carracci, Annibale e Ludovico, anticipano di dieci anni la rivoluzione naturalista di Caravaggio. Infatti ne trovano la chiave di volta già nel 1584.

Quali altri grandi artisti sono il frutto delle nostre terre d´Emilia e di Romagna?

Ce ne sono molti ancora perché, come ho detto prima, questa regione ha l´humus fertile per l´arte, è ricca di cultura. Esempio sommo dell´immenso talento della pianura emiliana, bolognese in particolare, è la raffinata pittura del Guercino, nato nel 1591, erede di un forte tessuto culturale che nella campagna romagnola, invece, è assente. Prima ancora abbiamo il ferrarese Dosso Dossi, nato nel 1486, con i suoi deliri a occhi aperti che ricordano le illusioni perdute del Rinascimento e anticipano Annibale Carracci e Domenichino. Quest´ultimo, nato a Bologna nel 1581, soprannominato "il bue" dai compagni di cavalletto della cerchia dei Carracci, è un altro grande che smentisce lo stereotipo che per tanto tempo ha condannato queste terre ad esser solo fanfarone e goderecce: Domenichino è invece un genio taciturno e solitario, morto (pare) avvelenato dopo aver dedicato la vita alla ricerca della perfezione formale, come il suo maestro Annibale. Voglio ricordare che tutti questi bolognesi, alla morte di Annibale Carracci nel 1609, si trovano a Roma a farla da padroni: i bolognesi hanno colonizzato l´Urbe, preso le committenze più ricche, dettato stile e gusto. L´arte, insomma, sarebbe stata ben più povera senza di loro. Se ci mettiamo dentro, poi, anche il parmigiano Giovanni Lanfranco - l´altro allievo di Annibale che in coppia col Domenichino aiutò il maestro negli affreschi di Palazzo Farnese -, Francesco Albani - amico del Reni e celebre per i suoi paesaggi -, Giovanni Maria Crespi - altro virtuoso del pennello - e, per arrivare ai giorni nostri, Giorgio Morandi, si capisce perché in questa regione siano tutti un po´ spocchiosi, convinti di essere i migliori. Un po´ di ragione, questi emiliani, ce l´hanno".

fonte: http://www.emilianoromagnolinelmondo.it

zappato da francesco @ 14:27 - lunedì, 26 marzo 2007
commenti (1)

non avrei mai pensato che fosse così difficile vivere se fino a qualche anno fa mi faceva bene solo ridere
avevo pochi pensieri ieri ora mi accorgo che i sentieri sono pochi e poco veri
mi fido troppo della gente spesso
la gente c'è non c'è posso contare solo su me stesso
voglio bene ai miei nonni ai miei genitori orgoglioso del mio cuore che ha preso dai loro cuori
a volte sono debole ma recupero colpi pensando sempre a chi sta male più di me
la vita certe volte sembra vuota
avanti e indietro il lavoro la scuola il pelo dell'acqua alla gola
ma sono sicuro di una cosa
che faccio tanti sogni belli e ho una vita strepitosa
vorrei pensare più spesso a quanto mi hai dato per capire che son stato fortunato fortunato

RIT.
e vivo la mia vita...non c'è nessuno che mi guida e se a volte sembra dura sai devi spingere non fermarti mai...X2

so che la vita è una sola e va vissuta fino in fondo il tuo sogno non bruciarlo per nulla al mondo
arriveranno purtroppo i brutti momenti le incomprensioni dei genitori e dei parenti dovrai spiegare a tutti le tua scelte si sentiranno in diritto di dirti che tu sbagli sempre
i tuoi pianti li consumerai da solo...vedendoti triste si convinceranno che hanno ragione loro
le delusioni colpiscono a fondo ma son quelle che ti spingono a far meglio ogni giorno
il disagio di dire ai genitori della tua donna che vivi di un sogno che non lavori non studi insomma ti diranno che 6 1 nullafacente ma tu non dargli peso spingi e non pensare a niente lo sai per ogni traguardo che avrai raggiunto ti sentirai più forte di fronte al prossimo urlo

RIT. X4
e vivo la mia vita...non c'è nessuno che mi guida e se a volte sembra dura sai devi spingere non fermarti mai...X2

zero voglia di scrivere, di imprimere i miei pensieri su carta. sono frammentati, sono vuoti. la poesia è fuggita con una donna che ho incontrato, solo un coltello piantato nel cuore mi ha lasciato. nel non possedere nulla c'è la libertà di decidere..spesso però sono le catene a tenerti ancorato al suolo..i miei pensieri volano lassù e io devo starli a guardare da quaggiù. muto, basito..pensando ad un nuovo modo per uscirne più pulito..

zappato da francesco @ 12:59 - lunedì, 19 marzo 2007
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