nonsense, stralci, vagiti, se vi pare

espiare le proprie colpe in un divano mezzo vuoto, in un senso di appartenenza che non cede alle lusinghe imperanti di un conformismo allarmante. la foglia mi protegge, il copridivano ha un senso tutto suo, che non sta nell'io pensavo che o nel mi han sempre detto così. un giorno lo fermerò per l'avvenire e ve lo mostrerò nella sua cocente bellezza primaverile. colori caldi per scaldare via l'inverno, come direbbe gente piu capace di me, io potrei dire per lo più qualcosa di melodrammatico e passionale, ma non fa per me. il divano resta quel che di più ho vicino al mio modo di fare e di vedere, quindi resta il tema di questo mio post, lasciato al vento e inutile tanto quanto il suo stesso scrittore, inutile. avessi scritto qualcosa, oltre a quello che leggete, un senso ce l'avrebbe anche, ma non ce l'ha. era più per scrivere che per comunicare, se mi capite. fatto stà che è così che ho vergato queste quattro righe e così ho anche comunicato, e come direbbero dalle mie parti, di più nin zò.

zappato da francesco @ 16:56 - sabato, 12 maggio 2007
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e ora facciamoci un po' di autocelebrazione romagnola...ed emiliana.

Intervista al ravennate Flavio Caroli autore di una Storia dell´Arte di grande successo

 

Emilia e Romagna, fabbriche di geni

Foto: Caoli Una storia dell´arte come questa non l´avete mai letta. Originale per taglio interpretativo, appassionante come un romanzo, scritta senza i paludamenti retorici dietro i quali spesso i critici oscurano il vissuto degli artisti per concentrarsi, in astratto, sulle opere e la teoria. L´arte "non nasce in cielo, ma nella carne e nel sangue" di chi la fa, ed è per questo che, intrecciando l´opera e la vita (spesso "una vitaccia") di un centinaio di geni creatori, La storia dell´arte raccontata da Flavio Caroli è diventata un best-seller nonostante il costo (poco meno di 40 euro), peraltro compensato dalla splendida edizione dell´Electa, con le illustrazioni di oltre 600 capolavori della pittura e della scultura, dal Rinascimento ad oggi.
Nato a Ravenna 57 anni fa, Flavio Caroli insegna Storia dell´arte moderna al Politecnico di Milano, è responsabile scientifico delle esposizioni di Palazzo Reale, scrittore (anche di romanzi) e autore di mostre di successo come "L´anima e il volto". A Caroli abbiamo chiesto di parlarci della nostra regione attraverso i suoi artisti.

Professore, avendo trascorso l´infanzia a Ravenna e studiato all´Università di Bologna, conosce bene il carattere, l´anima degli emiliano-romagnoli. Secondo lei esiste uno "specifico" culturale di questa regione, ovvero qual è l´influenza che questi luoghi hanno avuto sugli autori che vi sono nati?

Sì, credo che da qualche parte questo "specifico" esista. L´Emilia-Romagna ha una tradizione espressiva di alta qualità, come del resto altri luoghi d´Italia - penso al Veneto, a Napoli, a Firenze. Non è un caso che in questa regione siano nati e abbiano operato alcuni tra i più grandi geni dell´arte occidentale. Però dobbiamo distinguere tra Emilia e Romagna che sono, storicamente, due realtà molto diverse.

Parliamo della Romagna.

Se dovessi definirla con tre parole, direi: anarchia, idealismo, visionarietà. C´è infatti una linea che attraversa la Romagna per intera e parte dai mosaici bizantini di Ravenna, con tutta la loro ieraticità e compostezza, e arriva ad un tale approfondimento della ragione, del ragionamento, da diventare astratta, e quindi visionaria per eccesso di razionalità. Si parte dai mosaici, si passa per Melozzo da Forlì, si transita per gli architetti neoclassici Giani e Antolini, e si arriva fino a Fellini, cioè a quella matrice umorale - propria di questa terra - che finisce in visionarietà.
Mi spiego meglio: i ravennati si muovono poco, sono stanziali perché discendono dai bizantini. La Romagna ha questa vocazione appartata, è un nulla impreziosito di gemme orientali: la gente vede sfilare davanti agli occhi, sul mare Adriatico, petroliere russe o arabe, quasi fin dentro i canali di campagna e si emoziona per questa meraviglia, come la Gradisca, nell´Amarcord di Fellini, si emoziona davanti alle mille luci accese sul transatlantico Rex.
Se ci inoltriamo all´interno della Romagna, tra Cesena e Faenza, la mediocrità dell´aria di campagna - quella che ha ucciso Melozzo da Forlì, sommo pittore della fine del Quattrocento - si riscatta in un razionalismo, in un illuminismo tanto approfondito e portato alle estreme conseguenze da diventare astrazione. Melozzo, per esempio, è il padre di tutti gli illuminismi: la sua pittura è geometrica, fatta con la squadra e il compasso, e di lì si arriva dritti al neoclassicismo dell´architetto napoleonico Giovanni Antolini, nato a Castel Bolognese e direttore, nel 1801, dei lavori per il Foro Bonaparte a Milano. Ma attenzione: su questo tracciato di razionalità si innesta la follia, che trae origine dal fondo popolare e anarchico della Romagna. Quando si sta troppo soli, appartati, si sragiona, si hanno le visioni, si è sognatori e idealisti. Si spiegano così i grandi apparati immaginifici, i personaggi strani e beffardi, le ombre del set nel cinema di Fellini. La Romagna è terra di anarchici e di rivoluzionari: anche il brigante Passatore e Mussolini, a modo loro, lo furono. E dentro questo crogiolo di umori c´è naturalmente la sensualità. Guardate la Cleopatra languidamente morente del pittore secentesco riminese Guido Cagnacci (un artista che accosterei senz´altro a Fellini) e dite se non sembra anche a voi una moderna signora romagnola che prende il sole in topless in Riviera.

Passiamo all´Emilia.

Per l´Emilia il discorso cambia. Qui è molto forte la componente cattolica, infatti la figura emblematica è quella del cardinal legato. Bologna, la seconda città del Papato dopo Roma, ha una trentina di palazzi senatoriali tutti bellissimi ma non ha una reggia, non avendo voluto il Principe. E´ in questa situazione che si produce un andirivieni degli artisti da Roma e quella sublime ipocrisia della cattolicità da cui è scaturito un genio come Guido Reni.

Ci parla un po´ del divino Guido?

Sansone Vittorioso Guido Reni è la proiezione mentale di questa sublime doppiezza della cattolicità bolognese: da un lato, viveva di Assoluto, dall´altro, passava le notti nelle bische, perdendo immense fortune. Da un lato, tutti i suoi pensieri erano rivolti alla perfezione della Fede, perché voleva rendere visibile il Regno dei Cieli, dall´altro si insudiciava le mani coi mazzi di carte e dormiva, non avendo neanche un giaciglio, sulle tele sporche del suo studio alle Pescherie. Lui ha portato al punto più alto l´arte di Annibale Carracci che, dalle giovanili macellerie, dipinte in modo realistico osservando i quarti di bue esposti nella bottega dello zio in via Clavature, era arrivato alle vette della cultura classica con l´Olimpo affrescato nella volta di palazzo Farnese a Roma. Poi di Reni possiamo dire tante cose: che prendeva i suoi modelli maschili dai "ragazzi di vita" bolognesi, che molto probabilmente era omosessuale, che è stato uno dei più eleganti pittori dell´arte mondiale, che la sua pittura rarefatta, morbida eppure vigorosamente classica era come lui, bellissimo da giovane, scontroso da vecchio. Non poteva essere che bolognese, Guido Reni. Entrò in conflitto con i suoi due allievi prediletti, Simone Cantarini e Guido Cagnacci, che essendo romagnoli non avevano vocazione all´ambiguità e alla doppiezza - soprattutto Cagnacci, la faccia sensuale e anarchica dell´arte romagnola. Questo era Guido: un enigma che ho indagato nel mio libro Trentasette. Il mistero del genio adolescente.

Torniamo indietro di oltre mezzo secolo, rispetto al tempo di Reni, e consideriamo altri due grandi emiliani: Correggio, da lei definito "genio incompreso del Rinascimento", e il Parmigianino, il "divino fanciullo".

Correggio e Parmigianino, rivali nella vita, sono due geni uccisi dalla loro città madre, Parma. Sono vittime di una grande città, di una grande cultura che non si rende conto dei talenti che produce. Ma come si fa a massacrare in meno di dieci anni questi due mostri di bravura: uno che dipinge nientemeno che l´aria, l´altro che si perde in favole smaltate negli acquitrini della Bassa? Correggio muore nel 1534 a 44 anni e Parmigianino nel 1540 a 37. Stiamo attenti a questi numeri: è l´età in cui muoiono i geni. Raffaello, Parmigianino, Mozart, Van Gogh, Toulouse-Lautrec si spengono a 37 anni (Géricault a 33, Domenico Fetti a 35, Caravaggio a 39), Annibale Carracci a 49 (Vermeer a 43, Correggio a 44). Dicono i teosofi che 37 è la fine della giovinezza, 49 la maturità completata. Tutti gli artisti che ho citato sono stati sopraffatti dallo sforzo immane prodotto dal loro genio. Non ce l´hanno fatta a sopravvivere alla propria arte. Sono morti sfibrati, sfiniti, delusi. E´ il caso dei due parmigiani, incompresi dal pubblico, dai loro committenti, da tutti. E di Annibale Carracci, che nello sforzo sovrumano di elevarsi dalle adolescenziali macellerie all´Olimpo della pittura, ci lascia la pelle: crepa per eccesso di fantasia. Ricordiamo una cosa: che i Carracci, Annibale e Ludovico, anticipano di dieci anni la rivoluzione naturalista di Caravaggio. Infatti ne trovano la chiave di volta già nel 1584.

Quali altri grandi artisti sono il frutto delle nostre terre d´Emilia e di Romagna?

Ce ne sono molti ancora perché, come ho detto prima, questa regione ha l´humus fertile per l´arte, è ricca di cultura. Esempio sommo dell´immenso talento della pianura emiliana, bolognese in particolare, è la raffinata pittura del Guercino, nato nel 1591, erede di un forte tessuto culturale che nella campagna romagnola, invece, è assente. Prima ancora abbiamo il ferrarese Dosso Dossi, nato nel 1486, con i suoi deliri a occhi aperti che ricordano le illusioni perdute del Rinascimento e anticipano Annibale Carracci e Domenichino. Quest´ultimo, nato a Bologna nel 1581, soprannominato "il bue" dai compagni di cavalletto della cerchia dei Carracci, è un altro grande che smentisce lo stereotipo che per tanto tempo ha condannato queste terre ad esser solo fanfarone e goderecce: Domenichino è invece un genio taciturno e solitario, morto (pare) avvelenato dopo aver dedicato la vita alla ricerca della perfezione formale, come il suo maestro Annibale. Voglio ricordare che tutti questi bolognesi, alla morte di Annibale Carracci nel 1609, si trovano a Roma a farla da padroni: i bolognesi hanno colonizzato l´Urbe, preso le committenze più ricche, dettato stile e gusto. L´arte, insomma, sarebbe stata ben più povera senza di loro. Se ci mettiamo dentro, poi, anche il parmigiano Giovanni Lanfranco - l´altro allievo di Annibale che in coppia col Domenichino aiutò il maestro negli affreschi di Palazzo Farnese -, Francesco Albani - amico del Reni e celebre per i suoi paesaggi -, Giovanni Maria Crespi - altro virtuoso del pennello - e, per arrivare ai giorni nostri, Giorgio Morandi, si capisce perché in questa regione siano tutti un po´ spocchiosi, convinti di essere i migliori. Un po´ di ragione, questi emiliani, ce l´hanno".

fonte: http://www.emilianoromagnolinelmondo.it

zappato da francesco @ 14:27 - lunedì, 26 marzo 2007
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Ho forse dormito mentre gli altri soffrivano? Sto forse dormendo in

questo momento? Domani, quando mi sembrerà di svegliarmi, che dirò di questa

giornata? Che col mio amico Estragone, in questo luogo, fino al cader della

notte, ho aspettato Godot? Che Pozzo È passato col suo facchino e che ci ha

parlato? Certamente.   Ma in tutto questo quanto ci sarà di vero? (,Estragone dopo

essersi invano accanito sulle proprie scarpe, si È di nuovo assopito.  Vladimiro

lo guarda,) Lui non saprà niente.  Parlerà dei calci che si È preso e io gli darò

una carota.  (,Pausa,).  A cavallo di una tomba e una nascita difficile.   Dal fondo

della fossa, il becchino maneggia pensosamente i suoi ferri.   Abbiamo il tempo

d'invecchiare. L'aria risuona delle nostre grida.    (,Sta in ascolto,) Ma

l'abitudine È una grande sordina.    (,Guarda Estragone,) Anche per me c'È un altro

che mi sta a guardare, pensando.      Dorme, non sa niente, lasciamolo dormire.     

(,Pausa,).     Non posso più andare avanti.     (,Pausa,)

Che cosa ho detto?

Vladimiro - Aspettando Godot

zappato da francesco @ 09:37 - mercoledì, 15 novembre 2006
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la scala verso la purezza è più minata della dissolutezza, chi si stupirebbe se un bugiardo mente? e se un matto vaneggia? mentre è l'uomo puro che deve temere il peggio. le tentazioni tentano solo il debole, ma in un mondo fragile chi può dire di non andare in pezzi? la fragilità è insita nell'uomo più della sua stessa vita, cresciamo rompendoci al minimo affanno per poi stare a ricomporci con attack e lacrime, chi può dire di non essere mai andato in pezzi e poi essersi raccolto con lo scopettone e la paletta, sperando che il danno non fosse irreparabile.

zappato da francesco @ 21:28 - domenica, 30 aprile 2006
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Per noi i guerrieri non sono quello che voi intendete.
Il guerriero non è chi combatte, perché nessuno ha il diritto di prendersi la vita di un altro.
Il guerriero per noi è chi sacrifica se stesso per il bene degli altri.
É suo compito occuparsi degli anziani, degli indifesi, di chi non può provvedere a se stesso e soprattutto dei bambini, il futuro dell'umanità.

Tatanka Iyotanka (Toro Seduto)(1831 – 15 dicembre, 1890)

zappato da francesco @ 11:13 - domenica, 04 dicembre 2005
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Ebbene sì, figlio mio, mi sono affezionato a te. Il cielo sa che ciò è accaduto mio malgrado. Io dovrei essere imparziale, e non sentire né amore né odio per nessuno. La tua carriera sarà difficile. Vedo in te qualcosa che offende la gente volgare. La gelosia e la calunnia ti perseguiteranno. Dovunque ti manderà la Provvidenza, i tuoi compagni non ti guarderanno mai senza odio: e se fingeranno di amarti, sarà solo per poterti tradire con maggior sicurezza. Di fronte a questo non c'è che un rimedio: rivolgiti soltanto a Dio, che per punire la tua presunzione ti ha posto nella condizione di essere inevitabilmente odiato; la tua condotta sia pura; non riesco a vedere altra risorsa per te. Se ti tieni saldamente stretto alla verità, presto o tardi i tuoi nemici saranno umiliati.»

zappato da francesco @ 22:52 - martedì, 02 agosto 2005
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No”, disse il piccolo principe. “Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?”
“E’ una cosa da molto tempo dimenticata. Vuol dire creare dei legami...”
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”.
“Comincio a capire”, disse il piccolo principe. “C’è un fiore... credo che mi abbia addomesticato...”
...
Ma la volpe ritornò della sua idea:
“La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio per ciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano...”
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
“Per favore... addomesticami”, disse.
“Volentieri”, rispose il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”.
“Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”
“Che bisogna fare?” domandò il piccolo principe.
“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino...”
Il piccolo principe ritornò l’indomani.
“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe. “Se tu vieni per esempio tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti!”.
“Che cos’è un rito?”(...)
“E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore.”(...)
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe, “...piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi...”
“E’ vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“E’ certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.
(Saint-Exupéry, 1943).

zappato da francesco @ 20:57 - venerdì, 29 luglio 2005
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"Per fortuna nessuno si accorse della sua commozione fuori luogo. L'esattore aveva intonato una canzone monarchica. In mezzo al chiasso del ritornello cantato in coro, la coscienza di Julien andava ripetendosi: «Eccola qui, dunque, la sozza fortuna che riuscirai a raggiungere: e non potrai goderne che a queste condizioni, e in questa compagnia! Forse otterrai un posto da ventimila franchi, ma ingozzandoti di cibo dovrai impedire a un povero prigioniero la gioia di cantare; inviterai gente alla tua mensa coi soldi che avrai rubato sul costo della sua miserabile razione, e durante la tua cena egli soffrirà più del solito. O Napoleone! com'era dolce, ai tuoi tempi, raggiungere la fortuna attraverso i pericoli d'una battaglia! Mentre ora bisogna accrescere vilmente le sofferenze dei disgraziati!...»"

zappato da francesco @ 03:41 - lunedì, 25 luglio 2005
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"Non mi ami, dunque? Non sopporti più le mie follie, empio, sei stanco dei miei rimorsi? Vuoi la mia rovina? Ti offro un mezzo molto facile per riuscirvi. Prendi questa lettera, mostrala a tutta Verrières, o meglio soltanto a Valenod. Digli che io ti amo; ma no, non pronunciare una simile bestemmia, digli che ti adoro, che la vita per me è iniziata solo il giorno in cui ti ho conosciuto, che neppure nei più folli istanti della mia giovinezza avevo sognato la felicità che ti devo: che ti ho sacrificato la mia vita, che ti sacrifico la mia anima. Tu sai che ti sacrifico molto di più. Ma s'intende forse di sacrifici quell'uomo? Digli, per irritarlo, digli che sfido tutti i malvagi, e che per me, al mondo, può esistere una sola infelicità, quella di vedere cambiare l'unico uomo che mi tenga legata alla vita. Che gioia per me, perderla, offrirla in olocausto, e non avere più timori per i miei figli!"

ecco, se mi chiedessero cos'è l'amore per me, questo gli si avvicina enormemente, per come lo sto provando

eh si, inutile illudersi, tutto è conseguenziale a lei, lei che ora e in questi mesi si è compiaciuta delle "eroiche imprese" di un pressochè nessuno diventato improvvisamente l'opposto. per lei.

fottutissima umanità.

"Julien pensò alla signora de Rênal. La sua diffidenza lo rendeva sensibile soltanto ai ricordi che nascevano per contrasto, ma quando gli accadeva si inteneriva profondamente."

zappato da francesco @ 02:45 - lunedì, 25 luglio 2005
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"

A Verrières, per godere della stima generale, è indispensabile una cosa: pur costruendo molti muri, evitare ogni progetto importato da quei muratori che in primavera vengono dall'Italia attraversando le gole del Giura per raggiungere Parigi. Una simile innovazione varrebbe all'imprudente costruttore l'eterno marchio di testa matta e gli alienerebbe per sempre la fiducia delle persone sagge e moderate che distribuiscono la stima nella Franca Contea.

In effetti queste sagge persone esercitano il più noioso dispotismo: e, proprio per questo, il soggiorno nelle piccole città di provincia è insopportabile per chi ha vissuto in quella grande repubblica chiamata Parigi. La tirannia dell'opinione pubblica (e quale opinione!) è altrettanto stupida nelle cittadine francesi quanto negli Stati Uniti d'America."

 

zappato da francesco @ 00:16 - lunedì, 25 luglio 2005
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